Finiremo a lavorare come operai sotto i cinesi...

Le nostre fabbriche non producono? Le chiudiamo o le diamo ai nuovi padroni

| DI Nicola Salvagnin

Finiremo a lavorare come operai sotto i cinesi...
La chiamavano globalizzazione: in economia, ha determinato nell’ultimo quarto di secolo lo spostamento delle industrie manifatturiere laddove il costo del lavoro era inferiore. Inizialmente in Romania e nei Paesi dell’Est. Poi in Cina, India, Indonesia, Bangladesh, Tunisia, Vietnam... Si chiude la fabbrica qui, si riapre di là.
Questo fenomeno ha determinato una continua contrazione dell’industria manifatturiera europea e italiana, ma anche l’arrivo di merci a costi sempre più bassi. Nessuna fabbrica nostrana può competere con le magliette di cotone ad un euro svendute da una nota marca cinese in questi giorni.
I cinesi hanno applicato la stessa ricetta in Asia, delocalizzando prima in Vietnam, poi in Laos, Cambogia e Bangladesh le produzioni ad alta intensità di manodopera: i guadagni per loro sono così ovviamente maggiori, anche se pure in Cina è esplosa da qualche tempo la disoccupazione giovanile.
Il governo cinese nel frattempo si è saggiamente concentrato sulle lavorazioni a valore aggiunto. Perché fare magliette da vendere a due euro a noi occidentali, che poi le metteremo a prezzo pieno a 29 euro? Meglio concentrarsi sui settori più innovativi, quelli che poi erano gli unici ancora rimasti dalle nostre parti.
Si veda ad esempio l’automotive, dai bus alle auto elettriche. In Cina si produce tutto, con una qualità e una tecnologia che noi possiamo solo sognare. Quindi da qualche anno hanno preso ad invadere il nostro mercato con automezzi innovativi, all’avanguardia e al contempo molto meno cari dei nostri. 
Già l’Italia era stata gradualmente spolpata della sua industria automobilistica, in buona parte spostatasi in Polonia, Serbia, Turchia. Le nostre fabbriche sono vuote o sotto-utilizzate, ormai siamo un piccolo Paese produttore che fatica a superare i 300mila veicoli all’anno, meno di un terzo di quanto questo governo sognava al momento della sua installazione (2022). 
Questo fenomeno – lavoratori in cassa integrazione, fabbriche chiuse o aperte a singhiozzo – coinvolge pure la Francia, la Gran Bretagna, fino alla mitica Germania. 
Che fare, dunque? Se la Francia ha scelto la strada delle nazionalizzazioni e di spaventosi contributi pubblici per sostenere la sua industria agonizzante (finendo quasi in bancarotta) e la Germania sta trasformando le fabbriche convertendole alla produzione militare, l’Italia spera che arrivino qui... i cinesi.
Già. Per frenare l’invasione come Ue abbiamo innalzato pesanti dazi tariffari, dal 25 al 47 per cento. Contromossa cinese (ma l’avremmo adottata pure noi)? Si aggirano. Si costruiscono fabbriche in territorio comunitario (Ungheria, Spagna), come fecero giapponesi e coreani nei decenni scorsi. 
Meglio ancora: si utilizzano impianti già esistenti, così da saltare in un amen autorizzazioni, acquisti di terreni o di fabbricati, di macchinari, e poi tutta la logistica attorno da inventare... 
Si può comprare un marchio blasonato e ben funzionante (Volvo, ad esempio); si possono fare partnership con aziende che vogliano rapidamente ridurre il gap con i produttori cinesi (Renault, ad esempio). Si possono offrire i propri stabilimenti produttivi in Europa, sempre meno funzionanti e interessanti per i proprietari: quello che sta proponendo l’americana Ford ad una nota casa automobilistica cinese.
Vantaggi enormi per i nostri lontani cugini di Pechino, che così vedono spalancarsi le porte del più grande mercato automobilistico del mondo, senza fastidiosi dazi. Un piccolo vantaggio per noi europei, che invece di rottamare un’intera classe operaia, la possiamo perpetuare, questa volta alle dipendenze di imprenditori cinesi. 
Una volta eravamo noi ad andare lì a sfruttare i loro operai; ora il verso è decisamente cambiato. Noi italiani saremmo molto felici se i grandi stabilimenti di Pomigliano d’Arco (Campania), Melfi (Basilicata), Termoli (Molise) continuassero a garantire occupazione, anche se a pagare sono signori che vengono da molto lontano. 
Se chiudono pure quelle fabbriche, con l’Ilva di Taranto ormai in coma farmaceutico, la deindustrializzazione del nostro Mezzogiorno sarà quasi completa. E quando ci faranno visita i nuovi padroni, ci metteremo tutti in fila per tre, e in coro faremo: signorsì! Anzi: shì de, xian sheng.

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