Chiara Leardini, la "capitana" dell'Università

Intervista alla rettrice dell'ateneo veronese

| DI Renzo Cocco

Chiara Leardini, la "capitana" dell'Università
“Le Università sono, per loro natura, motore di crescita e volano di sviluppo sociale, culturale ed economico per i territori in cui sono insediate e di cui sono espressione”: così scrive la prof.ssa Chiara Leardini, rettrice dell’Università di Verona nell’introduzione al Piano strategico di ateneo 2026-2028. Economista di formazione, ordinario di Economia aziendale, la prof.ssa Leardini dal 1° ottobre dello scorso anno ha assunto la carica di rettrice (prima donna nella storia del nostro ateneo e prima laureata veronese, smentendo così il detto nemo propheta in patria acceptus est).
Scorrendo il Piano, si trova un solido filo conduttore che trasversalmente sottende e unisce le linee di intervento che guideranno nel prossimo triennio la politica universitaria dell’ateneo: attrarre, formare e trattenere talenti, nonché costruire un rapporto più stretto con le istituzioni, le imprese, la società civile. Concetti ribaditi con forza lo scorso 5 marzo all’inaugurazione dell’anno accademico caratterizzato dall’incisivo motto “Cambiamo verso”. Ma cambiare che cosa e verso quale direzione? Lo abbiamo chiesto direttamente alla rettrice.
– Prof.ssa Leardini, com’è il rapporto tra università e società civile veronese?
«Direi che è in positiva evoluzione. Quando ho iniziato 7 mesi fa c’era grande rispetto, ma anche indifferenza, come se l’università fosse un mondo separato dalla città invece che un volano di sviluppo “aperto e generativo”. Ho pensato che dovevamo prendere noi l’iniziativa per gettare ponti, per aprire un dialogo non episodico, ma strutturale, attraverso tavoli di confronto permanenti con le istituzioni e il sistema produttivo per trasformare la conoscenza in benessere collettivo. La risposta è stata straordinaria. Oggi siamo in rete con tutte le principali istituzioni della città, compreso il Terzo settore e il mondo del volontariato».
– Lei pone come obiettivo prioritario l’Agenda territori attrattivi. In un tempo caratterizzato da competizione tra università, calo demografico, scarsità di risorse qualificate per il sistema produttivo, come si concretizza tale agenda?
«L’agenda non è un auspicio, ma un piano operativo. Si concretizza creando un ecosistema favorevole con gli stakeholders: promuoviamo percorsi di orientamento precoci, collaborazioni dirette per tirocini mirati e incentivi alla permanenza dei talenti sul territorio, lavorando per rendere Verona non solo un luogo di formazione eccellente, ma uno spazio dove giovani laureati vedano prospettive di carriera stimolanti e stabili».
– La missione dell’università è quella di fare anzitutto formazione, ma anche di promuovere una ricerca innovativa da mettere a disposizione del territorio. Per raggiungere tali obiettivi, il Piano prevede investimenti complessivi per 77 milioni di euro...
«I 77 milioni di euro sono allocati con visione strategica. Procederemo tramite bandi competitivi, il potenziamento di infrastrutture di ricerca all’avanguardia e la semplificazione amministrativa per attrarre ricercatrici e ricercatori. L’investimento di oltre 33 milioni nella sola ricerca mira a garantire autonomia scientifica e a rispondere con tempestività alle sfide poste dalla transizione ecologica e tecnologica del nostro sistema economico».
– Oltre a fare ricerca, c’è il tema decisivo del trasferimento dei brevetti e delle tecnologie alle imprese. Come procedere?
«Vogliamo potenziare il legame tra ricerca e mercato. Intendiamo rafforzare il trasferimento tecnologico, supportare la creazione di spin off con servizi di incubazione dedicati e intensificare le “alleanze di scopo” con le associazioni di categoria. L’obiettivo è facilitare la traduzione del sapere scientifico in brevetti e applicazioni industriali che diano un reale vantaggio competitivo alle imprese veronesi. Per questo abbiamo istituito la Direzione ricerca e innovazione, una nuova struttura che mira a rafforzare il supporto ai progetti, il monitoraggio dei bandi, il project management e la diffusione tecnologica. Un passaggio chiave per rendere l’Ateneo più competitivo e attrattivo».
– Un altro obiettivo fondamentale riguarda l’internazionalizzazione. Come attrarre docenti e ricercatori esteri e nel contempo cosa fare per trattenere i nostri laureati che in numero consistente emigrano all’estero impoverendo così il capitale umano a disposizione del mondo produttivo locale?
«Attrarre cervelli dall’estero richiede un ambiente accademico competitivo e servizi di welfare all’altezza. Stiamo lavorando perché questo diventi realtà. Per trattenere i nostri, dobbiamo combattere il mismatch tra competenze e mercato: agiremo sulla qualità dei percorsi didattici, sul networking internazionale durante gli studi e, soprattutto, sulla creazione di un mercato locale del lavoro capace di valorizzare le alte competenze, rendendo il “restare a Verona” una scelta professionale di valore».
– Quale può essere l’apporto in termini culturali, di pensiero e di dialogo che la Chiesa locale può offrire alla comunità veronese?
«In merito al contributo della comunità ecclesiale, credo che esso sia essenziale per coltivare il senso delle istituzioni, della responsabilità collettiva, la cura della persona e il dialogo sociale. In un momento di grandi cambiamenti, il “pensiero pensante” è una bussola importante per mantenere viva l’attenzione verso l’inclusione, la solidarietà e la dimensione umana dello sviluppo».
– La prof.ssa Leardini da rettrice e da veronese ha un sogno nel cassetto?
«Il mio sogno è vedere un’università che sia pienamente riconosciuta come il motore di conoscenza di Verona. Vorrei che ogni studentessa e ogni studente che varca le nostre porte, senta di essere parte di una comunità che lo sfida a dare il meglio di sé, e che ogni cittadino veronese percepisca l’Ateneo come una risorsa propria, un pilastro indispensabile per una Verona più prospera, innovativa e internazionale».

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